INFORMAZIONI GENERALI E STORIA

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San Sebastiano Curone è un Comune della provincia di Alessandria.
Ha un'altitutide di 342 m s.l.m. e una superficie di 3.95 km².
Frazioni di San Sebastiano sono Cascine, Marguata, Sant'Antonio e Telecco.
Confina con i comuni di Brignano Frascata, Dernice, Gremiasco, Montacuto.

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IL SANTO PATRONO: SAN SEBASTIANO

A San Sebastiano, Martire, Difensore della Chiesa, è dedicata la Chiesa parrocchiale del nostro paese, edificata nel luogo ove sorgeva una cappelletta dedicata al Santo, da cui anche il paese ha preso il nome.  
Sant’Ambrogio parla del martire Sebastiano, vissuto sul finire del III secolo, nel suo Commento al Salmo 118, rivendicandone l’origine milanese. La tradizione lo colloca a Roma, dove Sebastiano era un alto ufficiale della guardia pretoriana, addetta alla protezione dell’imperatore Diocleziano, del quale era diventato amico.

Divenuto cristiano, si serviva del suo prestigio per diffondere la nuova fede e per sostenere e confortare i fratelli perseguitati e carcerati. Ci furono conversioni clamorose (come quella del prefetto di Roma, Cromazio) che non potevano passare inosservate. Sembra addirittura che il Papa del tempo gli abbia conferito il titolo di “Difensore della Chiesa”, quando Sebastiano era ancora in vita. L’imperatore, venuto a conoscenza dell’opera missionaria del suo ufficiale preferito, si sentì tradito e lo condannò a essere trafitto dalle frecce dei suoi stessi compagni d’arme.

La festa di San Sebastiano è il 20 gennaio.

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LA STORIA: INTRODUZIONE

 

La storia di San Sebastiano non affonda le proprie radici in un passato molto lontano.

È un paese nato dalla strada e dai commerci. Un castello, una piccola cappella dedicata a San Sebastiano, un edificio per la dogana alla Cascina Cabella (dove gli Spinola riscuotevano i pedaggi, ora in Comune di Dernice) e la presenza di posti di ristoro sulla via che da Piacenza conduceva a Genova, favorirono, tra il Quattrocento ed il Cinquecento, il sorgere di un abitato dipendente da Gremiasco nel Feudo Imperiale di Fabbrica Curone, retto prima dai Fieschi e successivamente passato ai Doria.

 

 

Né mancavano coloro che esercitavano il contrabbando (ovvero lo “sfroso” come silegge nei documenti del tempo), mentre l’agricoltura, data l’esiguità del territorio comunale, aveva un’importanza marginale.

 

Già alla fine del Cinquecento Tomeno Berruti nella “Cronaca di Tortona” scriveva che “Li abitanti sono tutti traficanti per non avere molte possessioni”, cioè terre coltivabili. 

 

Comunque il paese “…fa vineti bianchi, feni et un poco di formenti asai boni. Ha asai boschi et castagneti et fruti”.

 

 

Questo territorio acquistò importanza strategica e commerciale sotto gli Spagnoli, quando il porto di Genova costituiva la base di partenza o di arrivo per gli scambi commerciali con la Spagna e la Pianura Padana.

 

Così San Sebastiano Curone divenne luogo di incontro e di contrattazioni lungo la Via del Sale (o del Cereale, a seconda delle merci), dove i mulattieri in lunghe carovane, quelli provenienti da Genova e quelli provenienti dallo Stato di Milano, si scambiavano i prodotti: per questo in paese si formò una sorta di “centro logistico” ante litteram, con ampi deposti di merci, locande ed osterie, maniscalchi e sensali.

 

Questa vocazione commerciale si mantenne viva nel corso dei secoli.

 

A metà Ottocento, quando fu aperta la strada carrozzabile, San Sebastiano Curone fu autorizzato a tenere tre fiere annuali, nei mesi di Agosto, Settembre ed Ottobre, che poi diventarono due fiere mensili, il secondo ed il quarto mercoledì: erano le più importanti della valle e furono molto frequentate fino agli anni Cinquanta del Novecento.

 

Vi si svolgeva, in particolare, un attivo mercato del bestiame, prima sul greto del Museglia, poi in uno slargo sulla sponda sinistra, mentre le vie all’interno del paese ed anche la sponda destra del torrente erano occupate da bancarelle, botteghe o depositi.

 

SVILUPP0 DELL'ABITATO E AUTORITA' POLITICA SUGLI ABITANTI 


 

Ricercare le origini dei nostri paesi, e seguirne le vicende nell'età più antica, non è cosa facile, per l'avvenuta distruzione e la dispersione dei Documenti; vi si aggiunge poi il continuo intrecciarsi di diritti su no stesso luogo di feudatari, comuni, signori di secondo ordine, caratteristico del Medio Evo.

 

E' stato verso la metà del secolo X che sulle terre della nostra valle comincia ad affermarsi sempre più chiaramente la supremazia anche civile dei Vescovi di Tortona, soprattutto con Gerberto e Giseprando: anche se i Vescovi questa loro autorità erano soliti esercitarla attraverso Feudatari Minori, che non sappiamo a quale Titolo ricevessero quest' Investitura.

 

Così nel 1349 il Vescovo di Tortona Giacomo Visconti dona il Feudo di Fabbrica, che comprendeva Gremiasco e la frazione di San Sebastiano, ad Opizzino e Federico Malaspina; nel 1485 la ricca famiglia genovese dei Fieschi comprò il Feudo medesimo, per avere un piccolo Regno sulla montagna, come forza nelle lotte intestine, e baluardo sulla via di comunicazione.

 

A San Sebastiano oggi rimane poco dei Visconti (forse il Castello), più nulla dei Malaspina e dei Fieschi: i Doria invece, investiti del Feudo da Carlo V, nel 1547, vi costruirono un loro Palazzo, quello che ancor oggi si chiama Casa del Principe, adiacente all'Oratorio dei Bianchi; lasciarono i loro Stemmi nelle Chiese e molti ricordi di Archivio. 

 

 

 

 

In questo periodo sorsero pure le principali abitazioni del paese, che recano ancora la data sull'Architrave e la sigla tradizionale dei Portali genovesi.

 

LA PESTE A SAN SEBASTIANO E IL VOTO DELL'8 MAGGIO 1631


 

Tuttora con solennità, S.Sebastiano celebra la festa del Voto, fatto l' 8 maggio del 1631 e rivive così l'avvenimento storico di quel tempo.

 

Dall'analisi delle condizioni ambientali in cui si trovava il borgo ed i paesi dell'ampia distesa della valle, e tenendo presenti le pessime condizioni igieniche, le strettezze e l'angosciosa miseria del momento, si può comprendere come la peste abbia potuto svilupparsi nel genovesato, e particolarmente nei nostri paesi, feudo dei Doria. 

 

Quando si ebbero i primi casi di peste, le Autorità civili per fronteggiare l'epidemia, vietarono il commercio delle cose usate ed il contatto con qualunque persona sospetta. Furono, inoltre, sospesi i mercati, gli affari e i traffici normali. 

 

Per trasferirsi fuori del paese era necessario essere muniti di un lasciapassare rilasciato dai "Conservatores Sanitatis S.Sebastiani" (tutori della sanità pubblica di S.Sebastiano). 

 

In questo periodo, ogni paese perse il suo aspetto concreto e tutto il ritmo della vita si andò improntando alle precarie condizioni della salute pubblica. 

 

Per evitare ogni contatto pericoloso, i mercanti porgevano la merce attraverso un'apertura e ricevevano il danaro in recipienti pieni di aceto: a quest'ultimi infatti, era attribuito una specifica azione disinfettante. 

Diversi abbandonavano il centro abitato per portarsi in aperta campagna. 

 

E' facile immaginare il tormento angoscioso a cui fu assoggettato il parroco Don Giacomo Gatti nell'esercizio del suo ministero, animato dallo spirito di carità cristiana. Noncurante del continuo pericolo, che ovunque lo circondava, affrontava il rischio del contagio per amministrare agli appestati i sacramenti.

 

Anche se dal Registro dei Defunti dell'Archivio parrocchiale risulta che i Morti nel 1631 furono solo otto (media annuale), non si può escludere che la peste non si sia diffusa nel paese di S.Sebastiano, ma si deve ammettere che il Voto sia stato fatto perchè, confidando nell'intercessione del Santo, il borgo era stato realmente preservato immune dalla "morti fera peste", ossia nessuno è stato colpito mortalmente dal contagio. 

 

Molto diffusa era la diceria che la peste fosse portata dagli untori, i quali, per malvagio proposito, andavano spargendo per le case l'infezione.

 

Il Giani nella sua "Cronistoria"racconta:

 

"Il popolo era radunato in una domenica nella chiesa per impetrare la cessazione del morbo.

Una vecchietta che era rimasta in casa dirimpetto alla Chiesa, avrebbe osservato dalla finestra, mentre pregava, che alcuni messeri, male in arnese, si accingevano con circospezione nei pressi della Chiesa, imbrattandone le mura e le porte con un liquido giallo oscuro.

Erano gli untori, che spargevano il veleno pestifero per procurare la morte del popolo all'uscita del tempio. Essa allora con grida, avrebbe trattenuto nella Chiesa la popolazione.

I fedeli atterriti, si ritrassero e con nuove preci invocarono S.Sebastiano che li proteggesse, e questi, mosso a pietà, avrebbe fatto in modo che il cielo si oscurasse, e che tuoni e lampi precedessero un temporale, che scaricò tale acqua torrenziale da lavare le mura e le porte infette. Così il popolo poté incolume lasciare il tempio."

 

Questa leggenda è stata affidata alla memoria e tramandata a noi fino ad oggi. Anche la leggenda è fonte di storia e conferma che la peste si è diffusa anche in S.Sebastiano. 

Autorità e popolo, memori dell'intervento divino, che li ha preservati dalla "mortifera peste", hanno fatto "Voto" di celebrare il giorno otto maggio quale giorno festivo di precetto. 

Verso la fine del 1700, il governo piemontese provocò dalla S.Sede la restrizione delle feste di precetto; fu questa pubblicata nel 1786 da Mons. Peyretti, e nel 1789 da Mons. Fassati.

Questa riduzione fu ottenuta dalla Repubblica di Genova nel 1783; dai Marchesi Malaspina per i loro feudi nel 1787. 

 

La S.Sede ha dato facoltà ai Vescovi, nelle loro diocesi di ripristinare le feste soppresse per giusti motivi. 

Le Autorità comunali, mossi dal desiderio di continuare nell'adempiere il "Voto", inviarono al vescovo la seguente lettera:

 

"Eccellenza Rev. ma, 

la popolazione del Comune di S.Sebastiano nell'anno 1631, all'oggetto di essere dalla mano di Dio preservata dalla mortifera pestilenza, che si era manifestata nel genovesato, e indi ampliata e distesa ben poco lungi da questo Borgo, privando di vita moltitudine di viventi, fece voto a S.Sebastiano, Titolare e Protettore di questa Parrocchia di celebrare gli 8 Maggio d'ogni anno in perpetuo, festa particolare di voto in memoria d'essere stata preservata per mezzo dell'invocato Santo da tale infortunio e flagello.

La grazia implorata, mercè la misericordia e bontà dell'Altissimo, intieramente si ottenne, e questa popolazione d'allora in poi osservò la celebrazione della festa votata in rendimento di grazie. Nell'anno 1731 il voto fu rinnovato, e si proseguì a fare la detta festa, in modo che tuttora si continua sullo stesso proposito. Ma siccome nella riduzione delle feste venne ad essere abolita, e desiderando ora questi abitanti, per essere cosa assai conveniente, di ottenere la conferma ed approvazione del fatto voto col precetto della messa, e coll' astensione dalle opere servili, per maggiormente uniformarsi alle opere degli Istitutori, onde per questo appunto hanno stimato di ricorrere come a V.E. Rev.ma fanno ricorso. 

Umilmente supplicandola a volersi degnare di accordare la di Lei approvazione alla celebrazione della festa del voto fatto a S.Sebastiano, che corre gli otto Maggio di ciaschedun anno, per avere un legittimo titolo nella celebrazione di detta festa, con dare quelle provvidenze benevise a V.E. alla quale fanno umile e profonda riverenza.

Serravalle -Sindaco

Avv. Ant. M. Giani -Consigliere 

Paolo M. Callegari -Consigliere 

Giocondo Serravalle -Consigliere"

 

 

Il Vescovo Mons. Carlo Francesco Carnevale rispose acconsentendo, il 29 luglio 1822 da Montecapraro, dove si trovava in visita pastorale:

 

“It Veris existentibus narratis, et quia agitur de adimplendo voto, quod fecit populus oppidi S.Sebastiani temporibus in precibus enunciatis, benigniter annuimus pro continuatione adimplendi ipsiusmet voti eo pIane modo quo antea His celebratur temporibus in honorem et ad implorandam protectionem S.Sebastiani reservandis servatis. Datum Montis Caprari occasione visitationis pastoralis die 29 Iulii anno 1822. 

Carlo Francesco, Vescovo"


"Constatando la veridicità di quanto venne esposto, e trattandosi di adempiere un voto, che il popolo del borgo di S.Sebastiano ha fatto nei tempi enunciati nella supplica, benignamente acconsentiamo che si continui ad adempiere lo stesso voto nel modo con cui si celebrava nel passato, per onorare ed implorare la protezione di S.Sebastiano, osservando le dovute prescrizioni. Data Montecapraro, in occasione della visita pastorale, il giorno 29 Luglio dell'anno 1822.)

Giò Batt. Giacobone -Consigliere"

 

PERSONAGGI ILLUSTRI

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FELICE GIANI

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“Anno Domini millesimo septingentesimo quinquagesimo octavo, die decima septima decembris. Ego Pantaleon Franceschelli, praepositus ecclesiae plebanae parochialis sub titulo S. Sebastiani martiris, oppidi S. Sebastiani, supplevi ceremonias catechismi et sacras preces adhibui super infantem natum die decima quinta huius, … cui nomen Felix Antonius Gaspar Melchior Balthasar fuit impositum. …” (S. Sebastiano Curone, Chiesa Parrocchiale, Registro Parrocchiale n,1894)
Felice Giani nasce a San Sebastiano il 17 dicembre 1758.


Giani inizia i suoi studi a Pavia e completa la sua formazione fra fine Settecento e primo Ottocento prevalentemente a Roma, dove nacque e prese corpo uno dei grandi poli della cultura neoclassica europea, con il riferimento a personalità come Canova, Flaxman, Fussli, Thorvalsden, Kauffmann. Attraverso il suo stile personale e il suo tratto rapido e originalissimo, egli sviluppò i motivi dell’antichità classica, rivisitati da un’intera generazione negli anni fondamentali del giacobinismo e dell’epopea napoleonica. E proprio l’adesione ai grandi temi del suo tempo, interpretati con autonomia e ricchezza di variazioni, si riflette nella sua produzione, nelle tele e negli affreschi conservati al Quirinale e a Palazzo di Spagna a Roma, nei palazzi di Bologna, Faenza, Venezia, oltre che in numerosissimi disegni di cospicue collezioni italiane e straniere.
La lunga permanenza in centri diversi della cultura del tempo aveva fatto dimenticare le origini dell’artista, finché negli anni ’50, per merito del dottor Riccardo Giani, uomo di cultura e appassionato ricercatore di San Sebastiano Curone, esse sono state restituite agli studiosi.


Anna Ottani Cavina, docente di storia Storia dell'Arte Moderna all'Università di Bologna e alla Johns Hopkins University , ha curato il catalogo generale dell'opera grafica e pittorica di Felice Giani. Di seguito alcuni passaggi significativi del testo, rappresentativi della personalità artistica di Felice Giani.
“…il ritmo, la creatività, quella dissipazione dell’estro che in ogni parete da decorare riconosceva il luogo ideale per sfogare la sua forte immaginativa dalle idee sovrabbondanti e quasi stipate nella sua gran mente. Perché – ricordava Borges usando le parole di un pittore americano - “Art happens”- l’arte “accade”. A volte, con naturalezza. Come in quella pittura dilagante, felice, che ha reinventato i modelli della nuova classe dirigente napoleonica, di cui Giani è stato pittore di elezione. … Con solare ardimento, lui entrava da protagonista nell’Europa neoclassica per strade che non erano quelle della pittura di storia. Giani sapeva che la grande accademia, votata al culto della figura, abitava ormai nel regno di Francia. Sceglieva di battersi su un terreno diverso, quello della progettazione e decorazione d’interni. Forgiando una lingua, un repertorio, una tecnica, riaffermava il primato della pittura in gara con gli artisti più audaci d’Europa, in gran parte designers e architetti.
Colorate, eleganti, facili sempre all’intimità, le dimore che lui ha decorato mostrano un’Italia competitiva e moderna: costi ridotti, talento da vendere, un ritmo fulmineo nella pittura. La stellata bellezza di molti interni di Giani dipende da un dato molto italiano: la personalizzazione delle dimore, pensate e dipinte ogni volta sul posto, in dialogo stretto con il committente. … Per fare di una dimora un incanto, ci voleva una sorprendente capacità di tradurre in immagini sogni e ambizioni di una classe in ascesa. Giani si avvaleva di un pugno di amici (stuccatori, carpentieri, pittori di ornato) “ch’ei capricciosamente chiamava la sua bottega”. Li governava attraverso il disegno. Una traccia sommaria, progetti veloci che però attribuivano allo scapigliato atelier un’impronta elegante, uno stile… Giani era anche disegnatore grandissimo: dall’antico, dal vero, nei fogli finiti, negli appunti abbreviati da passare all’equipe. Penna, bistro, matita, freschissime gouaches. Il suo talento è agile, pieno di verve, estraneo al neoclassicismo purista.“(Anna Ottani Cavina, Felice Giani 1758-1832 e la cultura di fine secolo, Electa 1999).


Dalle lettere e dai documenti rinvenuti da Riccardo Giani risulta la volontà del Pittore di essere ricordato nel proprio paese natale, disponendo di un ingente lascito in denaro destinato ad una “istituzione scolastica” da realizzare in San Sebastiano e la collocazione di un bassorilievo raffigurante la sua immagine, dopo la sua morte, nella piazza principale del paese.
Nel 1997 l’Amministrazione Comunale e l’Archivio Pittor Giani rendono omaggio alla memoria dell’illustre concittadino con la posa di un bassorilievo in bronzo con l’effige del pittore  realizzato da Piero Leddi.
Sono presenti all’evento il critico di storia dell’arte Vittorio Sgarbi e Anna Ottani Cavina che così descrive la giornata:
“Solo quando arrivai nella piccola piazza scoprii che la pittura murale era una prassi antica a San Sebastiano Curone. In quel paese di confine fra Piemonte e Liguria, dalle facciate colorate e dipinte, era nato Felice Giani. Era il settembre 1997, venivo per un invito del Sindaco. Mai mi era capitato di scoprire una lapide, mai di riflettere sui destini dell’arte fra la gente, la banda, il tricolore. Tutto questo per un pittore scomparso da quasi due secoli, schivo, ribelle, un po’ picaresco. Eppure, nel calar della sera, come era “Giani” quella festa nel borgo: stradine di sasso e vecchie case di pietra, tutti in piazza a parlar di lui fra persone che portavano ancora il suo nome. Credo che non sarebbe dispiaciuto al pittore. Se infatti il mestiere di decorare palazzi gli aveva conquistato l’intimità dei potenti, lui restava legato a quella sua terra che aveva dotato, morendo, di una scuola “per l’istruzione dei giovani”. (Anna Ottani Cavina, Felice Giani 1758-1832 e la cultura di fine secolo, Electa 1999).

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WILLIAM ELFORD LEACH

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Il nome di William Elford Leach ricorre frequente sia nelle opere che illustrano la storia della Zoologia o dell’Entomologia, sia, e soprattutto, in revisioni monografiche di ordini, famiglie, generi di Artropodi, in quanto alla conoscenza di molti gruppi di questi invertebrati il Leach ha recato così fondamentali contributi da dover essere annoverato fra i maggiori Zoologi della prima metà dell’Ottocento.


William Elford Leach, nato a Plymouth nel 1790, laureatosi in Medicina, dopo aver esercitato per breve tempo la libera professione, fu nominato nel 1813 assistente al British Museum, dove in un decennio di intenso lavoro condusse a termine l’imponente massa delle sue ricerche e redasse le sue numerosissime opere.


Una grave malattia mentale lo costrinse a lasciare il British Museum e abbandonare l’Inghilterra per recarsi in compagnia di una sorella che gli fu vicina fino alla morte, in Italia, dove il clima mite e la natura ridente gli permettevano di dedicarsi alla raccolta di Insetti e di interessarsi ancora di questioni scientifiche.


Nell’estate 1936 l’Italia fu colpita da una gravissima epidemia di colera e Leach, per sfuggire al contagio, si rifugiò a San Sebastiano, dove però la malattia lo colse e dove morì il 25 agosto dello stesso anno. L’Atto di morte dai Registri della Parrocchia di S. Sebastiano riporta: “Anno Domini millesimo octingentesimo trigesimo sexto, die vigesima quinta mensis Augusti, hora decima tertia italica cum dimidio, Leach Guilelmus Nobilis Doctor Anglicanus … animam Deo redditit in Anglicana religione …”
Leach fu sepolto a San Sebastiano, ove, contro il muro di cinta del Cimitero, sono conservati i resti dell’antico sepolcro  con la pietra tombale e la lapide funeraria, fatte incidere dalla sorella.
(Da Edoardo Zavattari, “La tomba di William Elford Leach in S. Sebastiano Curone (Alessandria”, in “Rivista di Scienze Naturali, Vol L, 1959)